+393343509529 nivaniva@live.it

COME AUTOREGOLARE LA RABBIA

Per la psicoterapeuta che inizia un percorso con l’uomo maltrattante e/o che fatica a gestire la rabbia, l’uomo non è “il violento”, ma colui che agisce violenza, quindi il focus dell’intervento è il suo comportamento, non la sua identità.


La violenza non è un raptus, un gesto impulsivo e incontrollabile, bensì una scelta, tra un ampio ventaglio di azioni. Così come si sceglie di essere violento, si può scegliere di non esserlo, aderendo a modelli non violenti. La violenza è l’estremo disfunzionale dell’emozione rabbia. La rabbia, di per sé, è utile e importante, perché attiva l’energia necessaria per difenderci e per far valere i nostri diritti; sono invece i modi in cui viene espressa a fare la differenza. Spesso, la violenza è il risultato di una serie di frustrazioni che si sono accumulate e trattenute nel tempo e che goccia dopo goccia, fanno traboccare il vaso! Già il fatto di esprimere regolarmente le piccole contrarietà è utile per evitare che la rabbia arrivi in maniera ritardata sì, ma esplosiva.


Come è possibile, allora, fermare la rabbia prima che degeneri? A ogni emozione corrispondono delle peculiari sensazioni corporee. Anche la rabbia può essere riconosciuta a partire dai segnali del corpo che indicano l’inizio della sua attivazione (contrazioni muscolari, aumento della frequenza respiratoria o del battito cardiaco, innalzamento della temperatura corporea). Queste reazioni fisiologiche sono guidate dal sistema nervoso autonomo, che è quella parte del cervello che gestisce le funzioni vitali in modo automatico, al di fuori del nostro controllo. Eppure, alcune di queste reazioni possono essere modificate, tra cui il ritmo respiratorio e le contrazioni muscolari.


Se pensiamo alla rabbia come a un’automobile in corsa, è più facile pensare di frenare in seconda che in quinta; allo stesso modo, è più facile fermarla quando è all’inizio della sua comparsa, piuttosto che in una fase successiva. I segnali che indicano l’inizio della rabbia possono presentarsi sotto forma di un pensiero (“mia moglie non mi degna di uno sguardo mentre le parlo”), oppure di un qualsiasi cambiamento che riguarda le sensazioni corporee, a livello del respiro, del battito cardiaco, dei muscoli e delle viscere.


L’esercizio proposto di seguito permette di intervenire non appena si riconoscono i segnali corporei collegati alla rabbia (riadattato da “La narrazione del corpo”, Minton & Puliatti, 2018).


Quali sono i segnali che senti nel tuo corpo quando provi rabbia? Potrebbe essere un irrigidimento della mascella, la sensazione di andare a fuoco, il respiro corto, una tensione nelle mani o qualsiasi altra modificazione che noti nel corpo. Osserva tutte le sensazioni corporee che arrivano con la rabbia, con curiosità, senza giudizio. Forse hai voglia di urlare, di lanciare qualcosa, o senti che la rabbia è troppo forte e ti viene da piangere. Non preoccuparti di questi impulsi, soffermati solo sulle sensazioni che provi nel corpo. Potranno arrivare dei pensieri, ma mettili gentilmente da parte e sposta tutta la tua attenzione sulle sensazioni fisiche. Ora, appoggia una mano sulla zona del tuo corpo che senti “ribollire” di più, con un atteggiamento delicato, senza cercare di allontanare il malessere, ma semplicemente trasferendogli contatto e calore, come se volessi essere vicino a una persona cara. Nota come cambiano le sensazioni nel tuo corpo. Senti bene i piedi per terra, la colonna vertebrale allineata e concentrati sul respiro, facendo espirazioni più lunghe delle inspirazioni. Nota cosa succede alla sensazione di ribollimento, nota come, pian piano, il respiro si regolarizza, le spalle si abbassano e la mascella si rilassa. Puoi accorgerti che osservando le sensazioni fisiche in modo mindful, curioso e accettante, controllando il respiro e separandole dai pensieri ed emozioni, esse diminuiscono gradualmente.


Spesso, dietro a un’azione violenta premono bisogni e desideri insoddisfatti, a volte difficili da riconoscere, figuriamoci da esternare (nell’esempio considerato prima, in cui l’uomo si arrabbia in conseguenza del fatto che la moglie non lo degna di uno sguardo, i bisogni insoddisfatti potrebbero essere di attenzione, di condivisione, di vicinanza, di contatto ecc.). Anche in un’aggressione fisica si può cogliere un bisogno, per esempio di “sentirmi amato”, che viene ahimè espresso nella forma peggiore, perché forse non si conoscono altre vie più soddisfacenti per farlo. Con il procedere del lavoro, si potranno trovare modalità comunicative e affettive più costruttive e meno distruttive per soddisfare tali bisogni.


La rabbia potrebbe anche essere secondaria ad altre emozioni: sotto di essa, si potrebbero trovare altri sentimenti, forse di antica memoria, quali il dolore di non essere visti, la paura di essere abbandonati, la frustrazione nel non riuscire a farsi capire. Anche in chi agisce le condotte più criminali è nascosto un bambino, impaurito, solo, addolorato, desideroso di essere amato e considerato, che la psicoterapia porta in luce, offrendo all’uomo le competenze per prendersene finalmente cura e mostrarsi all’altro in modo non violento.


Per conoscere il progetto “Uomini non più violenti si diventa”, che garantisce un supporto psicoterapeutico agli uomini che agiscono violenza, sia in presenza che online e attivo in diverse sedi del nord Italia, tra cui Brescia e provincia, puoi contattarmi, visitare il sito www.nonpiuviolenti.it e seguire gli incontri di “forumlousalome” su youtube.